Smart Glasses e privacy, ci sta sfuggendo qualcosa?
Oggi viviamo in un contesto tecnologico in cui gli smart glasses e i dispositivi indossabili di ripresa video e audio stanno consolidando la loro presenza sul mercato globale. Un fenomeno che, sebbene in Europa e in Italia muova ancora i suoi primi passi, è destinato a diffondersi capillarmente nel breve periodo. A differenza delle tradizionali telecamere a circuito chiuso, questi sistemi non fanno capo a enti o aziende strutturate che devono sottostare a rigidi protocolli di trasparenza e trattamento dei dati. Al contrario, la loro pericolosità risiede proprio nella natura consumer e ubiqua: non richiedono alcun gesto palese di ripresa, come estrarre lo smartphone dalla tasca e puntarlo, e nascono con lo scopo dichiarato di registrare l'ambiente circostante. Le aziende ci rassicurano dicendo che questi device hanno un led che mostra quando la ripresa è in funzione (vedremo per quanto ancora) ma la realtà dei fatti è che il web pullula già di guide e tutorial su come occultarlo o disabilitarlo. Di fronte a questa asimmetria, la domanda fondamentale è: come possiamo avere la certezza di non essere costantemente ripresi?
Attualmente, nel quadro giuridico italiano ed europeo, la gestione delle immagini in spazi pubblici si basa su pilastri storici e comunitari ben precisi:
- La Legge sul Diritto d'Autore (Legge 633/1941) e gli articoli dedicati alla tutela del ritratto.
- L'Articolo 10 del Codice Civile, relativo all'abuso dell'immagine altrui.
- Il Codice della Privacy e il GDPR (Regolamento UE 2016/679).
Nel loro impianto originario, queste norme tollerano la ripresa estemporanea in luoghi pubblici, vincolando la sanzionabilità o l'illecito alla successiva divulgazione senza consenso, oppure al fatto che l'individuo rappresenti il "focus" esclusivo del materiale. Tuttavia, fermarsi alla tutela civilistica e al rimedio ex-post (il risarcimento o la rimozione del contenuto dopo la pubblicazione) significa ignorare una problematica molto più sottile, sistematica e invasiva.
L'ordinamento europeo e la Costituzione Italiana tutelano in modo solido la sfera dell'individuo. L'Articolo 2, l'Articolo 3 e l'Articolo 13 della Costituzione Italiana riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell'uomo, la pari dignità sociale e la libertà personale. Sulla stessa linea, l'Articolo 8 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo) e gli articoli 7 e 8 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea sanciscono rispettivamente il rispetto della vita privata e familiare e la protezione dei dati di carattere personale. Esistono tuttavia ampie ricerche sociologiche e psicologiche che dimostrano come la consapevolezza di essere costantemente monitorati modifichi radicalmente il comportamento umano. Uno studio condotto dall'Università di Edimburgo sull'impatto dei social media ha evidenziato come la percezione della sorveglianza generi un immediato effetto di inibizione (chilling effect): le persone tendono a conformarsi, a edulcorare la propria spontaneità e a reprimere la propria personalità per paura del giudizio o di ripercussioni future. Se trasponiamo questo principio dalla rete alla strada, lo scenario diventa allarmante. Se fossimo costantemente circondati da sconosciuti potenzialmente equipaggiati con smart glasses pronti a registrare ogni interazione, finiremmo per sopprimere la nostra autenticità. La paura di finire immortalati, magari estrapolati dal contesto e dati in pasto a piattaforme terze, trasforma lo spazio pubblico in una gabbia psicologica. In questo contesto, le vigenti leggi sulla privacy e sul diritto di ripresa rischiano di apparire non illegittime, ma inadeguate a proteggere l'individuo da un'invasione così pervasiva.
Si potrebbe dunque affermare che questo processo rappresenti un cambio di paradigma pericoloso. Se non adeguatamente arginato e regolamentato alla radice, ci si potrebbe trovare di fronte a un meccanismo subdolo che trasforma inconsapevolmente i cittadini stessi negli operatori di una rete di sorveglianza di massa orizzontale. È la cosiddetta "sorveglianza partecipativa" (o participatory surveillance): un ecosistema in cui chiunque, armato di tecnologia indossabile, contribuisce a mappare, riprendere e condividere la realtà, alimentando in modo passivo e continuo la fame di dati di grandi piattaforme e sistemi automatizzati. Una deriva che rischia di erodere silenziosamente quel diritto all'anonimato urbano che costituisce il presupposto fondamentale di una società libera.